Roma intanto era divenuta una realtà: le costruzioni, le mura, tutto ormai era al suo posto. Quasi tutto. Romolo si accorse ben presto che una cosa mancava: le donne. Due furono gli indizi che gli resero palese che i cittadini cominciavano a sentirne la carenza: in primo luogo il fatto che erano diventati tutti sospettosi e che camminavano sempre con la schiena rasente al muro; in secondo luogo l’organizzazione continua di gite alla non lontana cittadina di Chiusi, nota per le sue abitazioni lascive, le celeberrime case chiuse.

Così non si poteva andare avanti, ma Romolo aveva pronta una soluzione. Nelle vicinanze di Roma abitava un popolo, i Sabini, le cui donne si distinguevano per la loro avvenenza. Costoro erano convinte che la loro principale divinità si fosse incarnata in un topo, che quindi veneravano sopra ogni cosa: si tratta del famoso Ratto delle Sabine. Romolo ebbe allora un’idea geniale: il ratto del Ratto, ossia rapire il topo e, in cambio della sua restituzione, pretendere che alcune di quelle donne andassero a vivere a Roma divenendo mogli dei Romani e madri dei loro figli. Le cose andarono esattamente come la machiavellica mente del re aveva previsto ed il vuoto venne colmato.

Come talvolta accade, però, la risoluzione di un problema ne crea subito un altro. Il sovrano ed i suoi dovettero infatti legiferare riguardo i diritti dei conviventi. Forte della sua pur esigua maggioranza nel neonato senato, Romolo riuscì a stilare un elenco di diritti elementari, quali la possibilità di decidere in materia di salute, il diritto di successione ereditaria e quello di successione nei contratti di locazione. Poi, soddisfatto, affermò sicuro:

“E sarete tutti d’accordo che questi diritti debbano essere estesi a tutti i conviventi stabili, indipendentemente dal fatto che siano sposati o meno, dello stesso sesso o di sesso diverso!”

Un’apocalisse! La maggioranza si spaccò, ognuno contraddiceva l’altro, molti contraddissero persino se stessi: chi diceva che così la convivenza sarebbe diventata un matrimonio di serie B, oppure, se avesse vinto il ricorso, un matrimonio di serie A, ma con 19 punti di penalizzazione, chi invece affermava che la legge avrebbe condannato il matrimonio a scomparire (“Se la convivenza avesse tutti questi diritti, chi sarebbe così folle da sposarsi?” dicevano), chi denunciava preoccupato questo attentato alla famiglia tradizionale, bene caro e prezioso (molti lo sapevano per esperienza diretta: avevano divorziato e dovevano pagare gli alimenti… Bene mooolto caro!), chi faceva notare che era solo un provvedimento degno di un paese civile.

In tutto questo putiferio si fece sentire, discreta ed imparziale, la voce delle massime autorità religiose:

“Non vogliamo interferire in questioni politiche che non ci riguardano e rispettiamo la laicità dello stato, ma volevamo solo ricordare ai politici credenti che l’inferno esiste, consiste in insopportabili, eterne sofferenze ed è pronto ad accogliere tutti coloro che votano leggi contrarie ai principii religiosi, per esempio leggi a favore dell’omosessualità, dell’incesto, della pedofilia. Comunque ci fermiamo qui, non vorremmo che le nostre parole venissero erroneamente prese per un’indebita ingerenza!”

Insomma, il classico consiglio che non si può rifiutare…

Rattristato da tutte quelle polemiche, Romolo, ottenuto a fatica il silenzio in senato, dichiarò:

“A questo punto sapete quello che vi dico?”

Ma, non appena venne udita la parola DICO, si scatenò nuovamente il caos. Allora il re, disilluso e rammaricato, se ne andò lontano a vivere da solo, in modo da non sentir nemmeno più nominare conviventi o consorti.

In ogni caso, Romolo fu il primo di una serie di re che governarono Roma dal 753a.C., data della sua fondazione, al 509a.C., data della caduta della monarchia. La tradizione storiografica ha sempre indicato in sette il numero dei sovrani, ma recenti studi hanno provato che in realtà essi furono otto. Di questo ottavo re di Roma, probabilmente da collocare tra Tullo Ostilio ed Anco Marzio, non sappiamo quasi nulla. L’unica testimonianza è una misteriosa iscrizione, in cui vengono riportate in forma arcana e misteriosa alcune parole attribuite a questo sconosciuto monarca. Gli studiosi si stanno ancora interrogando per capire il senso della frase scolpita sulla pietra e che dice:

“AO’, MO JE FACCIO ER CUCCHIAIO!”

L’ipotesi più accreditata sostiene che con queste parole il re volesse impegnarsi in prima persona per l’aumento della produzione di utensili da cucina, ma nulla di certo si può dire a riguardo.